mercoledì 18 gennaio 2017

Novità per i bilanci 2016 #sapere per # fare #impresa

Tra le novità più rilevanti per i bilanci 2016 redatti in applicazione delle norme OIC per la rappresentazione dei derivati che richiederà alle imprese una misurazione periodica del fair value degli strumenti finanziari. Se i derivati sono di copertura e l’impresa deciderà di utilizzare l’hedge accounting dovrà anche dotarsi di un processo che dimostri sia l’efficacia degli strumenti finanziari utilizzati nel mitigare il rischio “coperto” sia il grado di correlazione tra il derivato e l’operazione coperta.
Con il recepimento della direttiva 2013/34 il Legislatore nazionale elimina alcune delle storiche differenze tra il corpo dei principi contabili nazionali e quelli internazionali. In particolare, il nuovo n. 11-bis del comma 1 dell’art. 2426 c.c. impone a tutte le imprese, fatta eccezione alle micro-imprese, di rilevare nel conto economico le variazioni di fair value degli strumenti derivati, compresi quelli incorporati, a meno che si tratti di operazioni di copertura. Inoltre il comma 2 dell’art. 2426 stabilisce di fare riferimento agli IFRS omologati dall’unione europea sia per le definizioni di strumento finanziario derivato, sia per l’individuazione del modello e della tecnica di valutazione del fair value. Nello specifico si tratta dello IAS 39 «Strumenti finanziari: misurazione e rilevazione», adottato dall’Unione europea con il Reg. 1126/2008 e dell’IFRS 13 «Valutazione del fair value» omologato dall’Unione europea con il Reg. 1255/2012.
Il tema degli strumenti derivati ha sempre comportato un accesso dibattito tra gli esperti contabili, proprio in considerazione del fatto che in Italia, prima delle novità introdotte dalla riforma contabile, mancava una specifica disciplina che regolamentasse sia sul piano teoretico sia su quello applicativo la rappresentazione in bilancio degli strumenti finanziari di copertura e di natura speculativa.

mercoledì 11 gennaio 2017

Quale futuro per il giovane #commercialista #sapere per fare #impresa

La figura del commercialista
La figura del “classico commercialista” sta divenendo obsoleta: sono tante, forse troppe le esigenze che i clienti, dal più piccolo al più grande, manifestano al proprio professionista di fiducia ma che spesso non trovano (o trovano solo parziale) risposta. Il commercialista che si occupa solo di fisco e contabilità è destinato, inevitabilmente, ad evolversi nella figura più completa di consulente aziendale, a prescindere dalla grandezza dei clienti serviti, dalla loro età o dalla loro propensione ad utilizzare le nuove tecnologie. Perché tutto questo? Molti potranno obiettare affermando che i classici servizi fiscali e contabili sono quelli che oggi portano il pane al proprio studio, quelli che interessano di più la clientela, quelli realmente sentiti e realmente importanti perché, senza di quelli, come farebbe il cliente a pagare le tasse? Bene, oggi e sempre di più in futuro, la figura del “classico commercialista” sarà percepita dai clienti come “quello” che presenta l’F24 da pagare e/o comunque “quello” che quasi sempre è foriero di continue e assillanti richieste di denaro da dedicare al pagamento di tasse. A prescindere da ciò l’obiezione potrebbe continuare, infatti non è certo il commercialista la causa di tutto questo ed in fin dei conti la legge va rispettata. Tutto vero, però i dottori commercialisti non possono nascondere che un processo di cambiamento è in atto e, se non viene prontamente colto, questo processo potrà travolgere molti di loro.   

I numeri della professione
Calano i redditi pro capite, con una forbice che si fa sempre più ampia tra quelli del Nord e quelli del Sud, ma soprattutto cala il numero dei praticanti. Il rapporto 2015 messo a punto dalla Fondazione nazionale della categoria conferma lo stato di sofferenza della professione, per quanto comunque ci sia una crescita degli iscritti over 40. Nel 2014 i commercialisti sono aumentati dell’1%, arrivando a toccare quota 116.245, con un tasso di crescita più elevato tra gli ordini del Nord (+1,6%) rispetto a quelli del Centro (+06%) e del Sud (+0,7%).

Segno meno anche sul fronte dei redditi pro capite
Il rapporto, infatti, elaborando la media reddituale tra gli iscritti alla Cassa dottori e gli iscritti alla Cassa ragionieri, certifica, per il secondo anno consecutivo, un calo dei redditi professionali nominali (-1,3%) e di quelli reali, calcolati cioè al netto dell’inflazione (-3,2%). Un trend negativo che prosegue da anni.
Media redditi professionisti  (non ci sono dati più recenti)
* Fonte: elaborazione Fondazione Nazionale Commercialisti – Rapporto 2015


Reddito medio per classe di età e genere: anno 2013 ( non ci sono dati più recenti)


Forma mentis

Il commercialista che si  innova deve scrollarsi di dosso il sospetto che la partnership  possa sottrargli clienti, tanto più che l’attività dello stesso viene svolta con una continua rincorsa al rispetto delle scadenze fiscali diventate sempre più numerose, tanto da impedire nuove attività produttive.

Una soluzione!
Il commercialista deve evolvere e mutare le proprie competenze assistendo i propri clienti non solo nei servizi tradizionali altamente concorrenziali e dai bassi margini ma in servizi più strategici e a valore aggiunto per il cliente. La contabilità generale e la consulenza fiscale base non possono essere sufficienti.
Lo studio del commercialista deve trasformarsi e muoversi verso altre aree consulenziali più strategiche e più rivolte alla pianificazione aziendale e al controllo di gestione. Lo studio deve diventare un centro di consulenza dinamico e a 360°, che eroga servizi in partnership con altri esperti che abbiano le competenze necessarie di problem solver.



lunedì 9 gennaio 2017

Sei un giovane professionista. Quale futuro ti aspetta? #sapere per #fareimpresa

Tutti i professionisti devono evolvere e mutare le proprie competenze assistendo i propri clienti non solo nei servizi tradizionali altamente concorrenziali e dai bassi margini ma in servizi più strategici e a valore aggiunto per il cliente. 
Lo studio del professionista deve trasformarsi e muoversi verso altre aree consulenziali più strategiche e più rivolte alla pianificazione aziendale e al controllo di gestione. Lo studio deve diventare un centro di consulenza dinamico e a 360°, che eroga servizi in partnership con altri esperti che abbiano le competenze necessarie di problem solver.  

Ecco le 5 regole d’oro per avere un rating positivo #Sapere per #fareimpresa #benetton

Ecco le 5 regole d’oro per avere un rating positivo:

















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1-      Impiegare i fidi secondo i modi e i tempi concordati. Impiegare i fidi fino al limite e per un tempo prolungato può essere interpretato dalla banca come un sintomo di difficoltà finanziaria, se non è motivato dall’azienda. Per questo occorre tenere sempre sotto controllo l’effettivo utilizzo dei fidi e, qualora siano insufficienti, rinegoziarli con la banca stessa.

2-       Non eccedere con lo “scoperto di conto”. Lo scoperto deve servire solamente per far fronte a necessità di cassa improvvise. Se diventa un abitudine e il conto corrente rimane a lungo in rosso,  la banca registra un’anomalia, per prevenire la quale è opportuno rinegoziare il fido con un finanziamento a medio – lungo termine.

3-      Rimborsare le rate dei prestiti e dei mutui. Il mancato rimborso delle rate alle scadenze stabilite è segnalato in Centrale Rischi ed accende una “lampadina” di allarme sulla solvibilità aziendale. E’ più opportuno, prima di finire segnalati, avvertire la banca sulle reali difficoltà e rinegoziare la rata del prestito o del mutuo in relazione al cash flow dell’azienda.

4-       Prevenire gli scoperti e gli sconfinamenti. Se un’azienda sconfina e impiega più fidi di quanto dovrebbe, questo atteggiamento viene segnalato dalla banca e diviene visibile a tutte le banche attraverso la segnalazione alla Centrale Rischi. Da un punto di vista tecnico, una linea di fido superata da oltre 90 giorni è considerata da una banca come grave, tale da classificare l’azienda come a rischio di “default”. Per prevenire problematiche e noiose segnalazione in Centrale Rischi occorre organizzarsi al fine di monitorare i flussi tra entrate e uscite finanziarie, monitorare la situazione degli incassi e dei pagamenti e predisporre per tempo tutta la documentazione necessaria al rinnovo dei fidi.

5-      Evitare gli insoluti dei clienti: quando le fatture anticipate  o le ricevute bancarie al salvo buon fine non sono pagate dai clienti si manifesta un insoluto. Gli insoluti dei clienti peggiorano il giudizio di merito dell’azienda e rischiano anche di generare uno sconfinamento se il fido non è abbastanza capiente. Cosa deve fare un’azienda in questo caso? E’ utile per l’azienda selezionare la clientela per presentare alla banca un portafoglio clienti affidabile e, soprattutto, qualora si preveda che il cliente non sarà in grado di pagare, richiamare in tempo gli effetti depositati in banca a garanzia.