domenica 17 luglio 2016

Se l’impresa salta tre rate del prestito, la banca si porta via casa e azienda. E LO STATO CHE NON PAGA I FORNITORI?. "Banche"

ROMA (WSI) – Brutte notizie per le imprese: se non si pagano tre rate del prestito, garantito con un immobile, l’imprenditore può perdere casa (non quella principale) e azienda. A prevederlo il nuovo decreto legge sulle banche che introduce una serie di norme volte ad accelerare il recupero dei crediti. Novità di rilievo per l’imprenditore riguarda proprio la possibilità di garantire l’inadempimento di un prestito, trasferendo la proprietà di un immobile. Si tratta del cosiddetto patto marciano che consiste nella possibilità per il credito di intestarsi l’immobile (il capannone) o il bene mobile (il macchinario) su cui un’impresa ha costituito un pegno purchè il valore venga stimato da un terzo, un periodo e al debitore venga elargita l’eventuale eccedenza. E’ l’articolo 2 al comma 5 che prevede l’inadempimento quando il mancato pagamento si protrae per oltre 6 mesi dalla scadenza di almeno tre rate mensili, anche non consecutive. Si ha inadempimento anche quando il mancato pagamento si protrae per oltre 6 mesi dalla scadenza anche di una sola rata, se il rimborso è a rate superiori al mese. Il creditore dichiara di voler usare la clausola e decorsi 60 giorni si rivolge al tribunale che nomina un perito per la stima dell’immobile in vista della vendita. In caso vi sia contestazione, il procedimento continua e si andrà eventualmente a un conguaglio a favore del debitore. Con il patto marciano quindi l’imprenditore può garantire un prestito con un immobile: se non paga tre rate anche non consecutive, dopo sei mesi la banca può farlo vendere. Il patto marciano vale per i contratti futuri e per quelli vecchi se aggiunto con atto notarile. Una novità che nelle intenzioni del Governo dovrebbe far crescere il valore dei crediti deteriorati della banche, pari a 360 miliardi lordi. Come scrive Il Corriere della Sera: “Secondo il Tesoro, con il «patto marciano» il creditore potrebbe ottenere l’immobile in 7-8 mesi rispetto ai 40 attualmente stimati per le esecuzioni immobiliari attraverso la procedura giudiziale»”. Oltre al patto marciano altra novità introdotta dal decreto legge sulle banche è la possibilità per gli imprenditori di poter costituire il cosiddetto pegno non possessorio sui beni mobili destinati all’esercizio dell’impresa, escludendo i beni mobili registrati”. “La garanzia deve essere scritta e fissare «l’importo massimo garantito», e il debitore può continuare a utilizzare il bene”.

lunedì 11 luglio 2016

Mutui, perché il tasso fisso è sempre più vicino al variabile. "Sapere per fare impresa"

La notizia è che la Brexit sta avendo un forte impatto sul mercato dei mutui in Italia. Come può l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea influenzare l’offerta di prestiti ipotecari in Italia? Una domanda che trova risposta con la presa d’atto che viviamo in un’economia interconnessa, dove il battito d’ali di una farfalla dalle parti di Downing Street può scatenare una reazione immediata sulle erogazioni di finanziamenti persino in un piccolo comune del piccolo Molise. Cosa sta succedendo? Dal referendum del 23 giugno con il quale i cittadini britannici in maggioranza hanno comunicato l’intento di voler fare le valigie dal condominio europeo si è innescata sui mercati finanziari una nuova caduta dei tassi interbancari e di quelli dei titoli di Stato. I titoli inglesi a 10 anni sono scesi per la prima volta nella storia sotto l’1% (ieri addirittura allo 0,79%). Minimo storico anche per i rispettivi titoli statunitensi (1,37%) e per il Bund tedesco (-0,2%). Il rendimento del bond governativo della Germania interessa da vicino i “mutuatari del partito del tasso fisso”. Perché il tasso fisso si ottiene sommando lo spread (deciso dalla banca) all’indice Eurirs corrispondente alla durata del mutuo (se il mutuo è di 20 anni si prende come riferimento l’Eurirs a 20 anni). I tassi sui mutui-casa potrebbero scendere Bene, i tassi Eurirs (che sono un’espressione del costo del denaro nel medio-lungo periodo, da 1 a 30 anni) sono collegati all’andamento del Bund. Se il rendimento del Bund scende, scendono anche gli Eurirs. Non a caso nei giorni scorsi l’Eurirs a 20 anni è stato fissato allo 0,73%, 68 punti base in più rispetto ai livelli di gennaio (quando quotava all’1,41%). Questo significa che i nuovi mutui a tasso fisso (a parità di spread) costano oggi molto meno che qualche mese fa. La Brexit - alimentando le aspettative di nuove misure espansive da parte delle banche centrali - sta quindi spingendo ancor più giù i tassi di mercato (e i vari indicatori del costo del denaro) comportando una ulteriore riduzione dei tassi nominali dei mutui a tasso fisso. Non a caso lo spread tra fisso e variabile si è ridotto. Come evidenziato dal grafico a fianco oggi è possibile stipulare un mutuo a tasso fisso all’1,62% a fronte del miglior variabile che costa lo 0,86%. La differenza in partenza tra il fisso e il variabile si è ridotta a 76 punti base contro i 112 del 2015, i 215 punti del 2014 e i 342 del 2009. Da quando esiste l’euro c’è stata solo un’altra fase in cui fisso e variabili sono stati così vicino. Dobbiamo tornare indietro al 2007-2008 (quando la differenza scese sotto i 50 punti base) anni in cui gli indici Euribor (utilizzati per il calcolo delle rate a tasso variabile) balzarono alle stelle per via della crisi di liquidità tra le banche innescata dal fallimento di Lehman Brothers e dalla diffusione anche tra le banche europee dei titoli derivati tossici agganciati ai mutui subprime venduti qualche anno prima negli Stati Uniti. Oggi invece le banche europee non hanno problemi di liquidità (perché questa è garantita a tasso zero dal sostegno della Bce) ma piuttosto di crediti deteriorati (1.000 miliardi in Europa). Un anello debole che potenzialmente potrebbe impattare sulle erogazioni di mutui in futuro da parte delle banche più colpite ma che, nella sostanza, non sta avendo conseguenze sul fronte dei tassi nominali offerti che sono ai minimi storici. Senza sostegni alle banche, i tassi a zero sono un boomerang Va detto che la forbice tra fisso e variabile si sta riducendo ma è evidente che anche il costo dei mutui a tasso variabile sta diminuendo. Solo che lo fa a una velocità inferiore rispetto alla regressione del tasso fisso. Questo perché il tasso variabile si ottiene sommando lo spread (deciso dalla banca) agli indici Euribor. A differenza degli Eurirs (che non hanno limiti al ribasso e questo dipende dall’andamento del Bund che potrebbe continuare a scendere nei prossimi mesi) gli Euribor hanno un limite naturale alla loro discesa: rappresentato dal tasso sui depositi della Bce, fissato dall’istituto di Francoforte a -0,4%. Questo tasso - che rappresenta quanto devono pagare le banche private per parcheggiare nel conto che devono avere presso la Bce la liquidità in eccesso rispetto alle riserve obbligatorie - è anche il tetto massimo per gli indici Euribor (non a caso l’Euribor a 1 mese è a -0,36%). Gli Euribor continueranno a scendere pertanto solo se la Bce dovesse portare il tasso sui depositi a -0,5%. Ecco perché i tassi dei mutui a tasso variabile stanno perdendo parte del vantaggio competitivo - che tuttavia continuano ad avere - rispetto al tasso fisso. A parità di spread, gli indici Eurirs stanno scendendo più degli Euribor. «L’ulteriore contrazione dei tassi conferma la preferenza degli italiani in questa fase per il mutuo a tasso fisso, con il 66% delle richieste e il 70% delle erogazioni - spiega Roberto Anedda, direttore marketing di MutuiOnline.it -. E sta creando nuovi spazi per le surroghe aprendo questo mercato anche a chi ha stipulato un mutuo negli ultimi 2-3 anni e che a questo punto con un cambio-mutuo troverebbe già un forte risparmio, nonostante il piano di ammortamento sia iniziato relativamente da poco. Allo stesso tempo, sul fronte degli spread, non evidenziamo al momento una reazione delle banche alla Brexit. Restano contenuti e in alcuni casi anche inferiori all’1%». Fonte: Il Sole 24 Ore

BASILEA NON E' SOLO UNA CITTA' SVIZZERA"Sapere per fare impresa"

Il Comitato di Basilea nasce nel lontano 1974, è un organo consultivo e non legislativo, ha come obiettivo quello di regolamentare la Vigilanza Bancaria per assicurare stabilità al sistema finanziario globale. E’ con Basilea1 nel 1988 che viene richiesto un Requisito patrimoniale minimo, Le banche devono accantonare un 8% a patrimonio dei crediti concessi ai clienti, c’è una ponderazione per prenditore e per garanzia ma non sono previste differenziazioni per il rischio della stessa tipologia di clientela per esempio. Dall’1/1/2008 con Basilea 2 Vengono ridefiniti i criteri di calcolo dei requisiti patrimoniali minimi, riformando la regola dell’8% che tuttavia rimanene invariata, ma mutano le regole di calcolo del coefficiente di ponderazione, rendendola più sensibile al rischio dei singoli prestiti e consentendo l’utilizzo di giudizi "RATING” assegnati dalla Banca. Questo consente agli istituti di assorbire meno capitale in presenza di crediti concessi ad aziende più solvibili. L’8% di assorbimento viene aumentato o diminuito a seconda della % di ponderazione in funzione del rischio cliente, a seconda del Rating assegnato. Vengono introdotti concetti quali PD (Probability of Default) ossia “In che percentuale di casi il cliente, tra un anno, sarà inadempiente ?” e LGD (Loss Given Default) “Se sarà inadempiente, quale percentuale del prestito andrà persa al netto dei recuperi ?” Gradatamente tra il 2013 e 2019, poi, alla luce anche dell’attuale Crisi Finanziaria entrerà a regime Basilea 3, riguarderà unicamente gli operatori finanziari. Abbiamo visto che con Basilea 2 le Banche accantonano più o meno capitale a seconda del Rating assegnato all’azienda cliente. E’ evidente che se ho un buon rating sarò un cliente appetibile, se ho un cattivo rating le banche non faranno la guerra tra di loro per avermi nel loro data base. Ma allora come viene costruito il Rating e quali fattori elementi lo compongono? A formare il Rating che la banca utilizza, e che di fatto è un voto, un numero al quale corrisponde una certa Probabilità di Default contribuiscono una serie di dati, alcuni Qualitativi (azienda – settore etc. etc.) altri Quantitativi (Bilancio) altri ancora Andamentali ( centrale rischi ed indici di andamento del rapporto). In quale misura questi fattori incidono sul Rating? Ad oggi i fattori qualitativi influiscono in misura limitata, il Bilancio (indici ed equilibri EFP) rivestono un’importanta maggiore ma la loro analisi alimenta il rating solo con cadenza annuale.

SAPER ASCOLTARE GLI ALTRI "Coaching"

Un’accurata ricerca afferma che la persona media ascolta per diciassette secondi prima di interrompere e incominciare a parlare lei. Questa prassi può essere definita “ascolto egocentrico” e raramente favorisce una conversazione costruttiva. Il vero ascolto, invece, crea un clima positivo in cui con ogni probabilità l’interlocutore sarà disponibile ad ascoltare ciò che vuole dire l’altro. Molto spesso la qualità di un uomo o di una donna si misura sulla sua capacità di ascoltare. E’ la porta che apre alla fiducia tra due persone. Proviamo ad osservare e proviamo a mettere in pratica alcuni consigli. Per esempio si può ascoltare anche con il corpo. Con gli occhi. In questo modo si offre all’interlocutore un’attenzione esclusiva. Mentre si parla occorrerebbe guardare l’interlocutore e smettere di fare quello che si sta facendo. Questo modo di operare dice esattamente all’altra persona “Quello che mi stai dicendo mi interessa ed è importante per me”. Col collo. Si può annuire ed è un gesto che dice: Sto cercando di comprendere quello che tu mi dici”. Con le mani. Non si giocherella con matite, carta, telecomando. Se si sollevano in alto o si mettono le mani dietro la nuca, di dà l’impressione proprio che ci si sta annoiando e quello che vien detto è una barba. Con la schiena. Se, ogni tanto, ci si china verso chi sta parlando con noi, invece di rimanere rigidi, quel leggero movimento dà l’impressione che si sta ascoltando con attenzione. Persino coi piedi, si possono ascoltare le persone o dare l’impressione di pensare ad altro. Se ci si alza in piedi, si fa un giretto, o addirittura si va nella stanza accanto, è un modo di comunicare a chi sta parlando che ci si allontana da lui. Nel film “Il Divo”, di Paolo Sorrentino, la mimica delle mani e del corpo di Andreotti, era particolarmente sottolineata e spiegata dalla sua “segretaria” ad una signora che voleva parlare con lui.. “Se tiene le mani giunte, significa che sta ascoltando, se tiene le mani giunte, ma ogni tanto separa le dita, significa che lo state annoiando o che gli state dicendo cose che non gradisce o che sa già. Se sbatte le dita con frequenza, significa che ve ne dovete andare”. (Cito a memoria e pertanto possono esserci imprecisioni, ma il significato che il regista dà ai gesti delle mani di Andreotti, dà davvero l’idea dell’importanza del corpo, nella conversazione). E’ istruttivo anche osservare i personaggi nei vari talk show. C’è quello che si agita sulla sedia, mentre ascolta e dimostra così di non ascoltare, quello che muove i piedi su e giù in una specie di ballo della tarantella, segno che vuole interrompere chi parla, quello che dissente con la testa per mettere a disagio chi sta parlando, quello che fa boccacce, o quello che spalanca gli occhi come dire: “ma che cazzo stai dicendo”, senza proferire parola. In ultima analisi maleducati ed insofferenti. Proviamo noi ad essere delle persone che sanno ascoltare gli altri. Dobbiamo cercare di ascoltare, oltre le parole, anche i sentimenti che vengono espressi, se ci si limita a replicare alle parole ignorando i sentimenti l’interlocutore ha l’impressione di non essere compreso. Bisogna cercare di comprendere, il meglio possibile, l’interpretazione che l’interlocutore dà di ciò che gli è accaduto. Ascoltare con empatia. Resistere alla tentazione di manifestare il proprio punto di vista, prima che, chi ci parla, abbia completato quello che vuole dire e si senta compreso. Dopo di che sarà molto più disponibile ad ascoltare anche la nostra opinione. Cercare di comprendere meglio le idee, ponendo domande adeguate e quando si ottiene la risposta a questa interlocuzione, non aggredire, ma annuire anche se non si condivide o si disapprova ciò che si è ascoltato. Solo dopo, l’interlocutore è normalmente disponibile ad accettare anche un punto di vista diverso, se si sente prima compreso in quello che voleva dire.

lunedì 4 luglio 2016

Il principio di Pareto o "legge 80/20" non sbaglia neanche con le banche "Banca"

04/07/2016 - (Teleborsa) Banche, l’80% delle sofferenze provengono dai grandi gruppi La crisi del settore bancario italiano non molla la presa. Istituti di credito al tracollo, piccoli risparmiatori travolti dal crac delle banche, persone che si sono tolte la vita dopo investimenti sbagliati. Una situazione, quella delle banche, che ha fatto scendere in campo non solo il Governo Italiano che ha approvato il decreto salva banche, ma anche la Commissione Europea, che ha autorizzato l’Italia a usare garanzie pubbliche per creare un piano di liquidità di sostegno precauzionale alle nostre banche. Un piano che sarà attivato dal Governo in caso di eventuali turbolenze dei mercati. Sono i crediti deteriorati a costituire il principale problema delle nostre banche. A livello europeo solo Cipro e Grecia presentano una situazione peggiore della nostra. A segnalarlo la CGIA di Mestre che spiega come “al 31 marzo 2016 la dimensione economica complessiva del credito deteriorato ammontava in Italia a 333,2 miliardi di euro: 196 miliardi di sofferenze lorde,125,2 miliardi di inadempienze probabili e 12 miliardi di euro di finanziamenti scaduti/sconfinati. Questa situazione ha provocato una forte contrazione dei prestiti all’economia reale del nostro Paese. Non essendo in grado di recuperare una buona parte dei prestiti erogati, le banche hanno deciso di non rischiare più e hanno chiuso i rubinetti del credito. Solo da aprile 2015 ad aprile 2016, gli impieghi alle imprese italiane sono diminuiti di 24,3 miliardi di euro. Se poi misuriamo la stretta creditizia a partire dal punto massimo di erogazione del credito, raggiunto a novembre 2011, in quasi 4 anni e mezzo le imprese italiane hanno visto diminuire i prestiti bancari di ben 144 miliardi di euro”. A chi sono riconducibili questi 196 miliardi di euro di sofferenze lorde che hanno messo in serie difficoltà le banche italiane e in generale tutta la nostra economia? In base ad una elaborazione sui dati Banca d’Italia, l’Ufficio studi dell’Associazione Artigiani Piccole Imprese di Mestre segnala che “al 31 marzo scorso l’80 per cento circa dei finanziamenti per cassa era stato erogato dalle nostre banche al primo 10 per cento degli affidati. Per contro, la quota di sofferenze causate dal primo 10 per cento degli affidati è stato pari a poco più dell’81 per cento”. Come dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo: “Il nostro sistema creditizio è molto polarizzato. La migliore clientela, pari al 10 per cento del totale, riceve ben l’80 per cento di tutti gli impieghi erogati dalle banche. Mentre al restante 90 per cento viene erogato solo il 20 per cento del totale dei prestiti. Ma a differenza di quanto ci si dovrebbe attendere, le sofferenze si annidano in grandissima parte tra la migliore clientela. Al primo 10 per cento, infatti, è riconducibile l’81 per cento del totale delle sofferenze. In buona sostanza questo primo 10 per cento di affidati – costituito quasi esclusivamente da grandi aziende, grandi famiglie e gruppi societari, fa il bello e il cattivo tempo nei rapporti con le banche. Al 31 marzo 2016, il 70 per cento del totale delle sofferenze erano concentrate nelle classi sopra i 500.000 euro che, ovviamente, non possono che essere ascrivibili ad una clientela di grandi dimensioni”. A livello territoriale i grandi gruppi del Nord sono più “virtuosi” di quelli presenti nel Mezzogiorno. Quali possono essere le strategie da adottare nel prossimo futuro per invertire la tendenza in atto? La ricetta di Renato Mason, segretario della CGIA è questa: “in primo luogo bisognerà perseguire uno sviluppo economico meno banco-centrico, anche attraverso l’attuazione di politiche pubbliche di sostegno alle imprese, abbassando i costi energetici, favorendo gli investimenti infrastrutturali, riducendo le tasse, tagliando il cuneo fiscale e incentivando l’internazionalizzazione della nostra economia. In secondo luogo, però, sarà necessario che gli istituti di credito, pur mantenendo un livello di patrimonializzazione di sicurezza, rimettano in moto il flusso di denaro verso le imprese. Inoltre, le banche dovranno ritornare a gestire i propri bilanci con rigore e sobrietà, recuperando la fiducia dei risparmiatori, vera e insostituibile materia prima che in alcune parti del paese il sistema bancario ha colpevolmente dilapidato”.

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TASSO EFFETTIVO GLOBALE MEDIO "BANCA"

Indica il valore medio del tasso effettivamente applicato dal sistema bancario e finanziario a categorie omogenee di operazioni creditizie (ad esempio: crediti personali, leasing, factoring, mutui , ecc.) nel secondo trimestre precedente. Ai sensi della legge il calcolo del tasso deve tener conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all'erogazione del credito. I tassi rilevati sono pubblicati ogni trimestre nella Gazzetta Ufficiale. Il tasso effettivo globale medio risultante dall'ultima rilevazione e relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, ( ante Monti: aumentato della metà) con Monti va aumentato del 25% più quattro punti ( determina valori superiori e in costante crescita), determina la soglia oltre la quale gli interessi sono sempre usurari sulla base della legge n. 108/96. Le banche e gli intermediari finanziari sono tenuti a pubblicizzare nei locali aperti al pubblico il TEGM. TABELLA TRIMESTRE LUGLIO-SETTEMBRE 2016