martedì 8 settembre 2020

Quando una distopia diventa un’utopia

 

di Vittorio Pelligra Ilsole24ore – 06 settembre 2020

Quando una distopia diventa un’utopia: il mito della “meritocrazia” che produce il suo opposto

Il mito della meritocrazia assurto come principio ordinatore di una società giusta, è, in realtà, nient'altro che la legittimazione morale della diseguaglianza


 

La meritocrazia è una distopia. Nel senso più stretto ed etimologico del termine. Quando Michael Young, nel 1958 pubblicò, non senza difficoltà, il suo “The Rise of the Meritocracy”, nelle intenzioni dell'autore il racconto doveva rappresentare l'evoluzione dell'Inghilterra del 2034, una società nella quale la tradizionale divisione in classi della popolazione veniva sostituita con una divisione basata sul merito, definito dalla combinazione di intelligenza e impegno.

Il sistema tripartito

La lotta contro i privilegi aristocratici avrebbe portato, però, nella fantasia di Young, ad una nuova società basata su nuove classi, questa volta di meritevoli e potenti, da una parte, e di poveracci immeritevoli, dall'altra. Il bersaglio principale del romanzo di Young era il sistema educativo britannico che, in quegli anni, era organizzato intorno al sistema tripartito: in base al risultato di un esame che gli studenti sostenevano intorno ai 10 anni, veniva loro assegnata la possibilità di frequentare una delle tre tipologie di scuole: “grammar”, “technical” o “modern”.

Il sistema si rivelò estremamente efficace nel selezionare verso i percorsi di preparazione all'università i figli della borghesia e verso lavori manuali i figli della classe operaia. Young racconta l'evoluzione di questa società fino al 2033, anno in cui una rivoluzione rovescia il sistema. Nella realtà, per fortuna, il sistema tripartito venne smantellato molto prima, negli anni '70, in Inghilterra, ma resistette fino agli anni '90 in Irlanda del Nord.

L’equivoco (involontario?) di Reagan, Blair, Obama, Renzi

Questa era la meritocrazia, così come la intendeva colui che inventò il termine stesso, un incubo generatore di disuguaglianza, ingiustizia e rancore. Ma Tony Blair non lo capì, nonostante Anthony Giddens probabilmente lo avesse messo in guardia, e assunse il concetto come uno dei pilastri della sua “terza via”.

Nel giugno 2001 Michael Young, dovette perfino scrivere un articolo su “The Guardian” per cercare di far capire l'equivoco. Per cercare di spiegare quanto l'idea stessa di meritocrazia fosse stata fraintesa, facendola assurgere a principio fondante intorno al quale costruire una società moderna, invece di riconoscere in essa il pericoloso antecedente di una deriva distopica. Probabilmente quella stessa rivolta populista contro le élite, prevista nel 1958 e attesa, nella finzione letteraria, per il 2033, in realtà, la stiamo già vivendo anche se, forse, non la stiamo ancora comprendendo del tutto.

La retorica del merito secondo cui talento e impegno possono farci raggiungere qualsiasi traguardo, entra quasi di soppiatto nel discorso pubblico nei primi anni '80 prima con Ronald Reagan negli USA e con Tony Blair, in Europa, ma prosegue la sua opera di persuasione e normalizzazione fino al “you can make it if you try” (se ci provi ce la puoi fare) di Obama. Dalle nostre parti gli eponimi di Blair sono, per affinità naturale, Matteo Renzi e i suoi. La ministra Bellanova, una storia umana di tutto rispetto alle spalle, anche lei non sfugge alle sirene del mito meritocratico quando, alla Leopolda del 2019, afferma che «chi ce l'ha fatta ce l'ha fatta per merito e il merito è di sinistra […] e il merito, che si tratti della selezione delle classi dirigenti, che si tratti di concorsi, che si tratti di dirigenti nella pubblica amministrazione, il merito è il nostro unico parametro di misura». Molto bello, molto giusto, di sinistra.

 

Un bel principio applicato decisamente male

Ma cosa intendiamo esattamente per merito? Aver superato il concorso? Aver preso la laurea? Essere diventato notaio, chirurgo, deputato? Essere ricco, di successo e bello? Ecco, giudicare il merito sulla base dei risultati è chiaramente una scorciatoia. Un bel principio applicato decisamente male. E, si sa, in questi casi i costi sono sempre maggiori dei benefici. Perché, se applichiamo acriticamente la retorica della meritocrazia che ci porta a pensare che dobbiamo premiare, socialmente, economicamente, politicamente, chi ce l'ha fatta, il passo successivo è l'equivalenza per la quale premiare chi ce la fa implica punire chi, invece, non ce la fa. Se manchi la promessa di Obama secondo cui «chi ci prova ce la fa» e tu non ce la fai, allora vuol dire che, in fondo, non ci ha provato abbastanza e la colpa del fallimento è solo tua. Eppure, è come se questo schema iniziasse a mostrare i primi segni di malfunzionamento.

La dimensione ideologica, forse, inizia a venire a galla e la retorica è soggetta sempre più spesso ad efficaci esercizi di decostruzione. Negli ultimi anni si sono occupati del tema in maniera molto critica l'economista di Cornell, Robert Frank, nel suo “Success and luck. Good fortune and the myth of meritocracy” (Princeton University Press, 2016), il giurista di Yale, Daniel Markovits, con lo studio intitolato “The Meritocracy Trap: How America's Foundational Myth Feeds Inequality, Dismantles the Middle Class, and Devours the Elite” (Penguin, 2019) e il filosofo di Harvard, Michael Sandel, con il suo nuovo libro in uscita a metà settembre “The Tyranny of Merit: What's Become of the Common Good?” (Allen Lane, 2020). In Italia, ne ha scritto lo storico Mauro Boarelli (“Contro l'ideologia del merito”, Laterza, 2019) e soprattutto l'economista Luigino Bruni con una serie di articoli su Avvenire e sul Corriere della Sera.

Il mito del merito e due assunzioni false

Il mito della meritocrazia, dunque, assurto come principio ordinatore di una società giusta, è, in realtà, se denudato di tutta la sua enfasi retorica e delle sue contraddizioni interne, nient'altro che la legittimazione morale della diseguaglianza. Al fondo si basa su due assunzioni, verosimili, ma false entrambe: la prima, che i meriti individuali siano evidenti, facili da identificare, classificare – tu più, tu meno - e da ricompensare. La seconda, falsa anch'essa, che il mercato, e, più in generale, la logica della competizione, sia il meccanismo più efficace nel riconoscere e premiare tali meriti. Per chi accetta queste assunzioni non c'è nessun problema a scrivere, a pochi anni dalla devastante crisi economica del 2008, articoli come “Defending the One Percent” (Journal of Economic Perspectives, 2013, 27, pp. 21–34), dove l'economista Greg Mankiw, difende le crescenti disuguaglianze nei redditi come conseguenza della meritoria azione del mercato che premia talento e innovazione.

«Dagli anni '70 i redditi medi sono aumentati – scrive Mankiw – ma questa crescita non è stata uniforme nella distribuzione dei redditi. I redditi più alti, soprattutto i top 1%, sono cresciuti molti più velocemente della media. Questo perché i percettori di questi redditi hanno apportato contributi significativi e quindi hanno ottenuto grandi guadagni». Dietro questo discorso ci sono alcuni punti oscuri. Il primo è di natura morale. Coloro che ottengono i risultati migliori in termini di successo e denaro sono quelli con più talento e che hanno lavorato di più e, quindi, meritano, moralmente, la ricompensa che ottengono. Ma basta provare a chiedersi qual è il ruolo della fortuna in questo ragionamento e le cose iniziano ad apparire sotto una luce differente.

Il peso del ruolo della fortuna

Prendiamo quel gran giocatore di Lebron James, una storia esemplare, un passato difficile che trova il riscatto nell'impegno e nella dedizione. Un grande talento sfruttato al meglio. Ma cosa sarebbe successo se Lebron fosse nato in una società, in un luogo e in un tempo nel quale il basket non interessa a nessuno e nessuno è disposto a spendere un centesimo per vedere uomini grandi e grossi tirare una palla dentro un cesto? Quanti Lebron James, altrettanto determinati e talentuosi, sono nati nel posto sbagliato, al momento sbagliato, senza poter diventare, per questo, ciò che lui è diventato. C'è anche un'altra questione oscura ed è quella relativa al fatto che diventando un vero e proprio ideale morale, la meritocrazia, spinge coloro che sono sopra a guardare con condiscendenza quelli che non ce l'hanno fatta e ad attribuire il loro insuccesso, invece che ad un intervento determinante della fortuna, del caso, delle circostanze o della storia familiare, alla mancanza di impegno e quindi ad una colpa personale.

 

All’origine del populismo e del risentimento

Qual è il prodotto di questa retorica, se non una sconfinata “hybris”, da parte di quelli che prosperano e, contemporaneamente, un crescente senso di esclusione, risentimento e rancore, da parte di quelli che non ce la fanno? Non è difficile rendersi conto di quanto del populismo che vediamo nei parlamenti e nei governi dei paesi occidentali, tragga origine da questo risentimento e dalla volontà, genuina o strumentale non importa, di riaprire vie d'accesso al potere e al privilegio anche per coloro che, all'interno di questo sistema falsamente meritocratico, ne sono esclusi.

E non deve sorprendere, poi, se il bersaglio principale degli stessi movimenti populisti sia diventata, innanzitutto, la sinistra, negli Usa, in Gran Bretagna, nel resto d'Europa, così come in Italia. Se ce l'hai fatta è perché te lo sei meritato, altrimenti vuol dire che ti mancava o l'impegno o il talento. Certo. Infatti, negli Usa, nonostante una generosa politica di borse di studio, gli iscritti nelle università della Ivy League, sono più quelli che arrivano da famiglie con redditi nel top 1%, di quelli che arrivano da famiglie con redditi nel 50% più basso della distribuzione.

Il principio meritocratico che produce il suo opposto

Sono i migliori, si dirà. Forse. Ma, a parte lo scandalo delle ammissioni truccate a favore dei figli di ricchi donatori e di benefattori vari, che ha recentemente raggiunto le aule dei tribunali, se anche fossero i migliori ad avere accesso alle università più prestigiose, anche questo produrrebbe effetti negativi: in una parola, la riproposizione di un sistema sociale basato sull'aristocrazia. Un sistema, cioè, fondato sulla trasmissione familiare di privilegi acquisiti. E qui il paradosso. Il principio meritocratico che produce il suo opposto: una società di privilegi basati sulle rendite familiari, sulle relazioni e sul potere.

E invece, una delle ragioni che hanno reso l'ideale meritocratico così attraente nell'ultimo secolo, risiede proprio nel fatto che si pensa comunemente che rappresenti l'unica alternativa all'aristocrazia.

E invece, l'aristocrazia di nascita di un tempo, si è trasformata, oggi, in un'aristocrazia del talento. Ma nascita e talento, chi se li può meritare? E, infatti, almeno nel caso dell'aristocrazia, coloro che godevano di enormi privilegi economici e politici non avevano la possibilità di dire “me lo sono meritato”. E oggi, invece, abbiamo un'ideologia ed un sistema di norme, regole e istituzioni, grazie alle quali i genitori delle classi agiate sono in grado di conferire grandi vantaggi di partenza ai loro figli, rispetto a coloro che provengono da famiglie meno agiate, il tutto sotto una rispettabilissima copertura morale.

E il sistema educativo rischia di finire per rinforzare questa tendenza, di trasformarsi in una “sorting machine”, un “distributore di opportunità” al quale tutti non hanno uguale accesso. Questo spiega anche perché il mito meritocratico è così pervicace.

E le condizioni al contorno?

Sarebbe, del resto, quasi impossibile, per esempio, per un ragazzo o una ragazza che dopo essersi impegnato a lungo e con passione nello studio e aver sperimentato la pressione e l'ansia associati ad un test come quello per l'ammissione alla facoltà di medicina, dopo averlo superato ed essere stati ammessi ad una Università prestigiosa, non pensare che quel risultato sia frutto esclusivo del merito, del duro lavoro e dell'impegno. Il problema è che, spesso, assieme a questo legittimo convincimento, il mito della meritocrazia, associa quello secondo cui, chi non ce l'ha fatta, è responsabile della sua sconfitta. Non ha studiato abbastanza, non si è impegnato, non se l'è meritato quel posto, non aveva abbastanza talento, non era adatto.

E le condizioni al contorno? Quelle che dipendono esclusivamente dalla fortuna o, sempre più spesso, dall'appartenenza familiare? Quelle, nell'inganno meritocratico, vengono date per scontate e scompaiono. Nell'ambito della scuola e dell'Università, la “tirannia della meritocrazia”, se da una parte demoralizza, colpevolizzandoli, coloro che non riescono ad ottenere i migliori risultati, allo stesso tempo tende a snaturare e perfino a distruggere la missione educativa della scuola stessa, trasformandola in non molto più che una dispensatrice di credenziali, una macchina etichettatrice, per prodotti di buona, media e scarsa “qualità”.

Un ruolo molto diverso rispetto a quello che dovrebbe svolgere un'istituzione educativa in una democrazia liberale.

Criteri moralmente dubbi

Prima di chiudere queste considerazioni, forse non proprio popolari, vorrei cercare di chiarire un punto importante. Tutti, io per primo, vorremmo essere operati dal miglior chirurgo sulla piazza, avere i migliori insegnanti per i nostri figli ed essere certi di salire sull'aereo pilotato dal comandante più affidabile e d'esperienza. Ma non è forse questa la promessa sociale della meritocrazia? Ci sono ottime ragioni per auspicare la creazione di meccanismi che facilitino il “matching” tra posti di responsabilità all'interno delle nostre comunità e le persone meglio qualificate per ricoprirli e questo vale non solo per il neurochirurgo, ma anche per la badante, per il maestro d'asilo come per il direttore d'orchestra.

Ma, oggi, il mito della meritocrazia si è spinto molto oltre la richiesta dell'implementazione di questo processo. È diventato una vera e propria ermeneutica attraverso la quale leggiamo il mondo e attribuiamo onore, stima, rispetto, ma anche colpa e disapprovazione a coloro che ci circondano. Sulla base di quali criteri? Il mito meritocratico ci alletta perché ci mette questi criteri a portata di mano: successo e denaro, ammirazione, visibilità e popolarità.

Ma molti di questi criteri risultano, ad un'analisi approfondita, moralmente dubbi, quando non palesemente sbagliati. Il problema, allora, non nasce quando desideriamo che la persona più capace diventi il neurochirurgo che vorremmo ci operasse nel caso ne avessimo bisogno, ma quando l'ideologia meritocratica rende più probabile, per il figlio di quel chirurgo, diventare quello stesso neurochirurgo per qualcun altro e quando questo, di conseguenza, rende più difficile ai figli di altri, indipendentemente dalle loro capacità, provare a diventare quello stesso chirurgo e, che, infine, questi privilegi ereditari vengano giustificati sulla base dei concetti di merito e demerito.

L’antidoto: ripensare il ruolo sociale del lavoro

Le due cose, il matching ottimale tra talenti e professioni e la giustificazione dell'ereditarietà, sono elementi in qualche modo connessi; ma tale connessione, che oggi appare scontata, risulta, nei fatti, tanto perniciosa quanto non necessaria per una società ben funzionante. Come possiamo provare ad uscire da questa sorta di (auto)inganno collettivo? Innanzitutto – ed è la ragione che mi ha portato a questo tema – ripensando al ruolo sociale del lavoro. Dovremmo sempre più e con maggiore forza rimettere la dignità del lavoro e la sua funzione generatrice di senso, al centro del discorso pubblico. Solo lavori significativi, che ci danno la possibilità di agire con gli altri e per gli altri, hanno in loro quegli anticorpi contro la deriva che stiamo sperimentando, quella dell'ideologia del merito che giustifica l'eccellenza per pochi e il non-senso per tutti gli altri.


martedì 18 agosto 2020

Super Ecobonus 110%, le proposte delle banche

 Stai leggendo un articolo di Qui Finanza 17 Agosto 2020

 Link: https://quifinanza.it/soldi/super-ecobonus-110-credit-agricole-unicredit/408532/


Da Unicredit a Crédit Agricole, tutti i pacchetti più interessanti riferiti allo sgravio fiscale per le spese sostenute in casa fino al 31 dicembre 2021

È possibile richiedere la cessione del credito in due modi:

  • attraverso uno sconto sulla fattura dell’impresa, che quindi utilizzerà a sua volta il credito o lo girerà a un terzo soggetto;
  • sotto forma di cessione del credito (da parte del condominio o del contribuente) a una banca, a una società finanziaria o anche a un terzo soggetto.

Le banche hanno quindi iniziato a presentare le proprie offerte in merito alla cessione del credito.

Super Ecobonus 110%, l’offerta di UniCredit

Per conoscere l’offerta di UniCredit, ipotizziamo un pacchetto di lavori di efficientamento energetico per un totale di 600 mila euro su un immobile di cui il contribuente possiede 40 millesimi di proprietà, quindi con i costi a suo carico di 24 mila euro. Se sceglie di ricorrere in proprio al credito, il contribuente potrà ricevere 26.400 euro sotto forma di detrazione Irpef, spalmati in cinque rate da 5.280 euro. Se l’operazione viene avviata entro la fine di settembre, la banca acquisterà il credito a 102 euro ogni 110: quindi, la cessione del credito verrebbe remunerata subito per 24.480 euro.

A livello normativo, la cessione del credito può avvenire in un massimo di tre momenti ad avanzamento lavori: la prima quando si è giunti almeno al 30%, la seconda ad almeno il 60%, la terza al saldo. La cessione del credito alla banca, inoltre, può essere deliberata da un condominio senza però alcun obbligo per il singolo condòmino di aderirvi. Spetterà all’amministratore effettuare il riparto millesimale delle spese e cedere le quote degli inquilini interessati. Ognuno potrà quindi scegliere se tenersi il credito o cederlo a un soggetto diverso da quello della delibera.

Se a cedere il credito entro il 30 settembre è invece l’impresa che effettua i lavori del Super Ecobonus riceverà da UniCredit 100 euro ogni 110 di credito. Il finanziamento necessario per coprire i costi da sostenere prima del pagamento delle fatture da parte del committente e prima della cessione del credito è a tasso fisso massimo del 6,4%. La cessione del credito, seppur in percentuale minore, può avvenire anche per altri tipi di lavoro: bonus ristrutturazione (50%), ecobonus normale (75%), bonus facciate (90%).

Super Ecobonus 110%, in arrivo la proposta di Crédit Agricole

UniCredit al momento ha battuto tutti sul tempo, ma entro la fine di agosto dovrebbero avanzare le loro proposte anche gli altri istituti bancari. Crédit Agricole, per esempio, dovrebbe presentare un pacchetto di misure sia per la cessione del credito sia per il finanziamento dei lavori a privati, condomini e imprese edili. Il tutto dovrebbe poi aggiungersi a un plafond da 10 miliardi di euro pensato per imprese e famiglie, varato prima dell’estate 2020.

Super Ecobonus 110%, le proposte delle altre banche: da Intesa a Bnl

In dirittura d’arrivo anche la proposta di Intesa Sanpaolo, che a giugno ha già lanciato un mutuo ‘green’ a tassi molto competitivi e avviato il servizio Energy Check (in collaborazione con Casaclima), per valutare le prestazioni energetiche del proprio immobile e le potenzialità di risparmio. Si tratta di un servizio offerto a costo calmierato, che rientra tra quelli agevolabili dal bonus in caso di esecuzione dei lavori.

Entro la fine di agosto è atteso anche il pacchetto di misure della Bnl. L’istituto dovrebbe ricalcare quello descritto per UniCredit (cessione possibile sia per privati sia per imprese possibilità di finanziamenti ponte prime che la cessione si possa perfezionare). Per quanto riguarda i privati, ha specificato Bnl, i costi non dovrebbero superare il 10% dell’importo dei lavori, consentendo pertanto di restituire l’intera spesa sostenuta per migliorare le prestazioni della casa o del condominio.

Hai letto un articolo di Qui Finanza 17 Agosto 2020


lunedì 10 agosto 2020

Tre superprof lanciano un appello ...

 

Tre superprof lanciano un appello alla scuola italiana: «Diamoci all’Imprenditorialità»

Armando Persico (Bergamo), Carlo Mazzone (Benevento) e Daniele Manni (Lecce) hanno tre cose in comune: 1) sono docenti; 2) insegnano da molti anni Educazione all’Imprenditorialità, incentivando e seguendo gli studenti nella creazione di micro “startup”; 3) tutti e tre sono risultati finalisti a quello che è conosciuto come il “Premio Nobel” per l’insegnamento da un milione di dollari: il Global Teacher Prize.

Daniele Manni è risultato finalista nella prima edizione del 2015, Armando Persico due anni dopo, nel 2017, mentre Carlo Mazzone è attualmente in lizza, tra i 50 finalisti dell’edizione 2020. Nei sei anni di esistenza del Global Teacher .........


https://www.giornaledellepmi.it/tre-superprof-lanciano-un-appello-alla-scuola-italiana-diamoci-allimprenditorialita/?share=linkedin&nb=1



giovedì 6 agosto 2020

Miglioramento dell’efficienza in azienda _ analisi “ Lean”

Alcune considerazioni preliminari ad un intervento di analisi e miglioramento dell’efficienza di un processo organizzativo / produttivo in azienda _ analisi ” Lean”

  1. Propedeutico all’ attività di miglioramento dei processi aziendali è definire quali sono gli attributi del prodotto e del servizio che il cliente riconosce ed è disposto a pagare ...........


I numeri parlano chiaro

I numeri parlano chiaro: chi investe in ricerca e innovazione resiste alle crisi

Le aziende che usciranno meglio dall’emergenza Covid-19 sono quelle che hanno puntato sulla valorizzazione delle risorse, sull’innovazione, sulla digitalizzazione e sulla diversificazione del prodotto. Lo rileva l’Istat sulla base dei dati del Censimento permanente sulle imprese: numeri che identificano i profili virtuosi delle aziende che hanno tenuto alla doppia crisi del 2008 e del 2013.................